La nuova tassa sui pacchi di piccolo valore sta diventando uno dei temi fiscali più discussi del 2026. Nata con l’obiettivo di regolare l’e-commerce internazionale e aumentare il gettito pubblico, la misura italiana si sta trasformando in un caso controverso, tra effetti inattesi, critiche delle associazioni e sovrapposizioni con le future norme europee.
La misura prevede un contributo fisso di circa 2 euro su ogni spedizione di valore inferiore a 150 euro, inizialmente pensato soprattutto per i pacchi provenienti da Paesi extra-UE e legato ai costi amministrativi di sdoganamento. L’obiettivo è duplice:
Il problema è che dal 1° luglio 2026 entrerà in vigore anche una tassa europea di 3 euro sugli stessi pacchi. Se le due misure si sommeranno, il costo totale potrebbe arrivare a 5 euro per spedizione, riducendo o annullando il risparmio degli acquisti online fuori dall’UE.
Gli effetti si sono fatti sentire rapidamente. Secondo i dati citati dalle associazioni dei consumatori, nel giro di poche settimane si è registrato un calo del 36% dei pacchi extra-UE diretti in Italia. Non si tratta però di una diminuzione reale degli acquisti, ma di un cambiamento nei percorsi logistici: molte aziende fanno arrivare le merci in altri Paesi europei senza tassa, per poi trasportarle via terra in Italia.Questo fenomeno comporta conseguenze negative:
Uno dei principali nodi riguarda la natura stessa del contributo. Per evitare di violare le competenze europee in materia di dazi, l’Italia ha dovuto configurarlo come “contributo amministrativo” e non come imposta doganale. Questa impostazione ha creato incertezza su diversi aspetti:
Secondo alcuni osservatori, il rischio è di creare un sistema inefficace e penalizzante proprio per il Paese che lo ha introdotto per primo.
In teoria, la tassa dovrebbe colpire soprattutto i prodotti importati a basso costo, ma nella pratica i costi vengono trasferiti sui consumatori finali, con prezzi più alti per chi acquista online.Anche le imprese italiane potrebbero subirne le conseguenze indirette, soprattutto quelle legate alla logistica e al trasporto, che rischiano di perdere volumi e competitività.
Il futuro della tassa sui pacchi resta incerto. L’arrivo della normativa europea nel 2026 e la creazione di un nuovo sistema doganale entro il 2028 potrebbero portare a una revisione o a un superamento della misura nazionale.Nel frattempo, la tassa rappresenta un esempio emblematico delle difficoltà nel regolare l’e-commerce globale: un settore in rapida crescita, ma complesso da governare senza effetti collaterali.
La tassa sui pacchi nasce con buone intenzioni, ma rischia di trasformarsi in un “pasticcio all’italiana”: una misura anticipata rispetto all’Europa, facilmente aggirabile e con effetti discutibili su consumatori e imprese.Il vero banco di prova sarà capire se porterà benefici reali alle casse dello Stato o se, al contrario, finirà per penalizzare proprio il sistema economico nazionale.