La scelta tra regime forfettario e regime ordinario diventa particolarmente delicata quando un professionista si trova vicino alla soglia degli 85.000 euro e valuta se aumentare significativamente il proprio volume di attività. Il problema è ancora più evidente nel caso di un medico che svolge prevalentemente turni di guardia: passare, ad esempio, da circa 85.000 euro di compensi a 120.000-150.000 euro può significare lavorare molte più ore, ma non necessariamente ottenere un incremento proporzionale del reddito disponibile. Una discussione recentemente apparsa su Reddit ha riportato proprio questo interrogativo: conviene rimanere entro il limite del forfettario oppure accettare un volume di lavoro maggiore entrando nel regime ordinario?
La risposta, come spesso accade in materia fiscale, non può essere semplicemente "forfettario sempre" oppure "ordinario quando si guadagna di più". Occorre fare i conti.
Il regime forfettario prevede una soglia di 85.000 euro di ricavi o compensi. La disciplina, tuttavia, distingue tra il semplice superamento della soglia e il superamento dei 100.000 euro. Se il professionista supera gli 85.000 euro ma rimane entro i 100.000 euro, il regime forfettario non viene perso immediatamente: la fuoriuscita avviene dall'anno successivo. Diverso è il caso in cui, nello stesso periodo d'imposta, i compensi superino 100.000 euro. In questa situazione il regime cessa già nell'anno in corso. La normativa prevede inoltre specifiche conseguenze ai fini IVA sulle operazioni che determinano il superamento della soglia. Questa distinzione è fondamentale per chi sta programmando l'attività professionale. Un medico che ipotizza di passare da 85.000 a 120.000-150.000 euro non sta semplicemente "guadagnando di più": sta entrando in una situazione fiscale completamente diversa.
Uno degli errori più frequenti nei confronti tra forfettario e ordinario consiste nel confrontare direttamente il fatturato. Nel forfettario, infatti, il reddito imponibile non coincide con i compensi effettivamente incassati. Il reddito viene determinato applicando ai compensi il coefficiente di redditività previsto per l'attività esercitata. Per le attività professionali riconducibili al settore sanitario, il coefficiente applicabile deve essere verificato in funzione del relativo codice ATECO. La disciplina forfetaria prevede infatti una determinazione standardizzata del reddito, indipendente dalle spese effettivamente sostenute. Questo significa che il medico non deve dimostrare di aver sostenuto determinate spese per ottenere la riduzione del reddito imponibile. È il sistema stesso a riconoscere forfetariamente una quota di costi. Ed è proprio questo uno degli aspetti che rende il regime particolarmente interessante per i professionisti con bassi costi effettivi.
Immaginiamo un medico che svolga prevalentemente turni presso strutture sanitarie.Il professionista potrebbe avere:
In una situazione del genere, il fatto di poter determinare il reddito attraverso un coefficiente forfetario può risultare particolarmente vantaggioso. Nel regime ordinario, invece, il reddito professionale viene determinato partendo dai compensi e sottraendo i costi fiscalmente deducibili effettivamente sostenuti.
Pertanto, se il medico sostiene poche spese realmente deducibili, il passaggio all'ordinario può produrre un aumento significativo della tassazione.
Nel caso analizzato nella discussione viene citata un'imposta sostitutiva del 5%. Bisogna però fare una precisazione importante. Il 5% non è l'aliquota ordinaria del regime forfettario.
L'aliquota ordinaria è infatti pari al 15%. Il 5% è previsto per determinate nuove attività e può essere applicato per il periodo d'imposta di inizio dell'attività e per i quattro successivi, purché siano rispettate specifiche condizioni stabilite dalla legge. Tra queste rientrano, ad esempio, l'assenza di una precedente attività professionale o d'impresa nei tre anni precedenti e il fatto che la nuova attività non costituisca una mera prosecuzione di quella precedentemente esercitata. Di conseguenza, prima di costruire qualsiasi simulazione occorre capire se il medico abbia effettivamente diritto al 5%.Se il 5% non è applicabile, il confronto deve essere effettuato utilizzando il 15%. Questa differenza può modificare sensibilmente il risultato finale.
Supponiamo, per semplicità, che il medico incassi 85.000 euro. Non possiamo dire che il suo reddito fiscale sia automaticamente 85.000 euro. Ipotizzando, a titolo meramente esemplificativo, un coefficiente di redditività del 78%, il reddito forfetario sarebbe:85.000 × 78% = 66.300 euro Su questo importo devono poi essere considerate le modalità di deduzione dei contributi previdenziali e successivamente l'imposta sostitutiva. Il risultato effettivo dipenderà quindi dalla situazione previdenziale individuale del medico. Questo esempio dimostra perché non è corretto affermare che "il medico paga il 5% su 85.000 euro". Il 5% o il 15% viene applicato al reddito imponibile determinato secondo le regole del regime forfetario, non semplicemente al fatturato.
Supponiamo ora che il professionista decida di aumentare considerevolmente i turni e raggiunga 120.000 euro di compensi.
In questo caso non siamo più davanti a una semplice prosecuzione del forfettario. Il superamento dei 100.000 euro comporta la cessazione del regime nell'anno stesso, secondo quanto previsto dall'articolo 1, comma 71, della legge n. 190/2014.Il medico deve quindi affrontare la fiscalità ordinaria. Qui entra in gioco l'IRPEF progressiva. Il reddito professionale non viene tassato con una singola aliquota applicata indistintamente a tutto il reddito: occorre considerare gli scaglioni IRPEF vigenti, oltre alle addizionali e alla contribuzione previdenziale. Il confronto, pertanto, deve essere effettuato sul netto disponibile, non sul semplice fatturato.
Questo è probabilmente l'aspetto più interessante dell'intera questione.Supponiamo che il medico possa scegliere tra:
Scenario A
85.000 euro di compensi e circa 8 turni mensili.
Scenario B
135.000 euro di compensi e circa 13-15 turni mensili.
A prima vista, il secondo scenario sembra nettamente migliore. I compensi aumentano di 50.000 euro. Ma il dato che deve interessare il professionista non è il fatturato aggiuntivo. La domanda corretta è:
Quanto dei 50.000 euro aggiuntivi rimane realmente in tasca dopo imposte e contributi?
E soprattutto:
Quanto lavoro aggiuntivo è necessario per ottenere quel maggiore netto?
Se per ottenere 50.000 euro di compensi aggiuntivi occorre lavorare quasi il doppio, il vantaggio economico per singolo turno potrebbe essere molto più contenuto di quanto suggerisca il fatturato.
Nel caso di un medico che effettua numerosi spostamenti, le spese di viaggio rappresentano un elemento da analizzare attentamente. Tuttavia, non è corretto pensare che tutte le spese sostenute per raggiungere il luogo di lavoro siano automaticamente deducibili. Nel regime forfetario, le spese effettive non vengono normalmente dedotte analiticamente: sono già ricomprese nella percentuale di redditività prevista dalla disciplina. Nel regime ordinario, invece, occorre verificare la natura della spesa, la sua inerenza all'attività professionale, la documentazione disponibile e le specifiche limitazioni fiscali applicabili. Pertanto, un medico che sostiene molti costi di viaggio dovrebbe effettuare una vera analisi documentale prima di concludere che il passaggio all'ordinario sia conveniente. Avere 20.000 euro di spese non significa necessariamente poter abbattere il reddito imponibile di 20.000 euro.
Un'altra variabile fondamentale è rappresentata dai contributi previdenziali. Per un medico iscritto all'ENPAM, la posizione previdenziale deve essere analizzata separatamente, considerando la contribuzione effettivamente dovuta e le modalità con cui questa incide fiscalmente. La Fondazione ENPAM ha chiarito che i contributi previdenziali sono deducibili anche per il professionista che applica il regime forfetario. Questo elemento deve essere inserito nella simulazione perché può modificare il reddito imponibile e, conseguentemente, il netto finale.
Il regime ordinario presenta anche un'altra caratteristica che il forfetario non consente di replicare nello stesso modo: il sistema complessivo dell'IRPEF permette di considerare, nei limiti previsti dalla normativa, deduzioni e detrazioni personali. Questo può diventare particolarmente importante per un professionista che abbia una situazione familiare articolata, spese detraibili, oneri finanziari o altri elementi fiscalmente rilevanti. Tuttavia, anche in questo caso bisogna evitare un errore opposto: non si deve scegliere l'ordinario semplicemente perché si hanno delle detrazioni. Una detrazione di qualche migliaio di euro non necessariamente compensa il maggior carico fiscale derivante dal passaggio da un regime forfetario molto conveniente a un sistema progressivo. Le detrazioni devono quindi essere considerate, ma all'interno di una simulazione completa.
Questo è il punto centrale.Il confronto corretto non è:85.000 euro forfettario vs 150.000 euro ordinario.
Bisogna invece confrontare:netto disponibile / ore lavorate oppure, ancora meglio: netto disponibile / turno lavorato.
Facciamo un esempio puramente indicativo. Se con 85.000 euro il medico riesce a ottenere un determinato netto lavorando 8 turni al mese, mentre per arrivare a 150.000 euro deve lavorare 15 turni al mese, bisogna calcolare quanto aumenta realmente il reddito netto annuale e dividerlo per i turni aggiuntivi. Potrebbe emergere una situazione nella quale i 65.000 euro di maggior fatturato generano un incremento netto molto inferiore alle aspettative. In altre parole, il fatturato marginale può essere fiscalmente molto meno remunerativo del fatturato prodotto quando il professionista si trova nel forfetario.
Non significa, però, che l'ordinario sia sempre sconveniente.Il passaggio può diventare interessante quando:
In particolare, bisogna valutare non solo l'anno del passaggio, ma almeno un orizzonte temporale di tre-cinque anni. Una scelta fiscale non dovrebbe essere effettuata guardando esclusivamente al prossimo F24.
Nel caso del medico che si trova davanti alla scelta tra 85.000 euro e 120.000-150.000 euro, la risposta non può essere affidata a una regola generale. Servono almeno questi dati:
Solo dopo aver raccolto questi elementi è possibile costruire un confronto serio.
Il caso del medico che deve scegliere tra 85.000 euro in regime forfetario e 120.000-150.000 euro in regime ordinario dimostra quanto sia pericoloso ragionare esclusivamente in termini di fatturato. Il forfetario può essere particolarmente efficiente per un professionista con pochi costi reali, perché il reddito viene determinato attraverso un coefficiente di redditività e l'imposta sostitutiva sostituisce IRPEF, addizionali e IRAP nei limiti previsti dalla disciplina. L'ordinario, invece, diventa progressivamente più interessante quando aumentano i costi deducibili e gli elementi che possono essere valorizzati fiscalmente. Ma nel caso di un medico che svolge prevalentemente turni, con una struttura professionale caratterizzata da costi relativamente contenuti, il passaggio all'ordinario può comportare un aumento della tassazione che deve essere confrontato con il maggior numero di turni necessari per ottenere quei compensi. La domanda da porsi, quindi, non è:"Quanto posso fatturare in ordinario?"
La domanda corretta è:"Quanto mi rimane realmente per ogni turno aggiuntivo che faccio?"
È questa la variabile che consente di capire se il passaggio dagli 85.000 euro a 120.000, 130.000 o 150.000 euro rappresenti effettivamente un miglioramento economico oppure se una parte significativa del maggiore fatturato venga assorbita da imposte e contributi. In definitiva, non esiste una soglia universale oltre la quale l'ordinario diventa automaticamente conveniente. La scelta deve essere effettuata attraverso una simulazione fiscale e previdenziale costruita sulla situazione concreta del professionista. E soprattutto, nel caso di un medico, il parametro da osservare non dovrebbe essere soltanto il reddito annuale, ma il rapporto tra netto fiscale, ore lavorate e qualità della vita. È proprio questo che trasforma una semplice scelta fiscale in una vera scelta economica e professionale.